Le mie prime due settimane da volontario in ospedale

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L’anno scorso Nicki (il mio ragazzo, per chi non lo sapesse) ha avuto un incontro con UGIassociazione contro il tumore nei bambini. Avevo 17 anni e già allora volevo fare il volontario in ospedale o comunque in associazione con loro.

Non mi era possibile causa l’età: servivano 18 anni.

Anche se non ho fatto un post pubblico, penso che ormai sia noto che la maggiore età è finalmente arrivata anche per me. Proprio per questo motivo ho preso la palla al balzo e, poche settimane fa, ho richiesto un colloquio conoscitivo ad UGI.

Da due settimane sono ufficialmente un volontario (chiaramente ancora affiancato, data l’importanza della cosa) in ospedale.

Perché ho scelto di fare il volontario in ospedale?

Volontario in ospedale

Oggi la mia tutor mi ha detto che tutti scegliamo di fare i volontari per dei motivi egoistici (ovvero strettamente personali), e che la cosa bella è che questi hanno dei risvolti positivi sugli altri.

E non le do totalmente torto. In fondo è vero che il volontario lo si fa per star bene anche con se stessi – ma questo aiuta anche gli altri.

Tuttavia, so che a molti non sarà chiaro il perché io abbia deciso di fare il volontario proprio in ospedale e proprio nel reparto oncologico pediatrico dell’Ospedale. Potenzialmente era la scelta più dura che potessi fare, ma l’ho fatta lo stesso.

Quindi… perché?

Il primo motivo è che apprezzo il lavoro di UGI. Le loro attività e i loro sponsor permettono a loro e ai loro piccoli pazienti di dare un grande contributo – e per questo ho deciso in primis di richiedere la partecipazione.

Il secondo motivo è che più un’esperienza è dura più ti forma. Almeno di solito.

Come funziona

Crescita Personale

Per ora sono andato in Ospedale solo due volte. Mi perdo ancora e non conosco bene i piani, ma mi sto pian piano abituando.

Quello che fanno i volontari in reparto, in sostanza, è intrattenere bambini e genitori. Né più né meno.

Ma questo non significa che ogni stanza sia uguale a quella prima o a quella dopo.

Il reparto è un lungo corridoio con tante camere. Fuori ci sono dei nomi. Sotto ai nomi c’è l’età del bambino/a e sopra c’è il grado di protezione necessario per entrare.

I bambini con leucemia o altri tipi di tumore hanno chiaramente meno globuli bianchi, e una nostra banale influenza o raffreddore potrebbero danneggiarli pesantemente. Ecco perché, per decidere il livello di protezione necessario, serve prima il parere medico sul livello interno degli stessi.

Si può andare dal niente (se il piccolo paziente è abbastanza stabile) al completamente ricoperto (mascherina, copriscarpe, camice, ecc).

I miei primi giorni

Primi giorni

Ho visto, in sala giochi, due genitori con il loro bambino. Il padre mi ha particolarmente scioccato, perché aveva degli occhi rossissimi e faceva le battute sarcastiche che si fanno quando si sta molto male.

Subito dopo siamo andati in stanza (io e la volontaria che mi affianca) con il bambino e la mia “collega” lo ha fatto giocare con delle forme di carta. Non sapeva parlare, ma rideva e voleva uscire – dato che doveva essere dimesso presto. Purtroppo, oggi era ancora in ospedale.

Sempre il primo giorno sono anche stato da altri bambini e ragazzi/e allegri mentre altri erano un po’ più tristi e demoralizzati. Il che è totalmente comprensibile data la situazione che stanno vivendo.

Alcuni di loro sono lì da settimane, altri vanno e tornano dall’ospedale, altri sono veramente molto giovani e altri hanno ricadute dopo tanto tempo.

Ma oggi… oggi mi ha traumatizzato un po’.

Perché? 

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Oggi ho avuto due esperienze totalmente opposte.

Una è stata estremamente positiva.

Siamo stati con un bambino di quattro anni e mezzo. E’ ultra simpatico, ultra allegro e ultra energico. Aveva voglia di colorare, giocare, parlare con noi, spiegarci che cartoni guarda, e tanto tanto altro. Ci ha anche chiesto di non andare via e aspettare arrivasse da mangiare alla fine.

Abbiamo colorato (mi ha fatto colorare un disegno di peppa pig) e fatto dei giochi con l’amido… quella roba che si incolla con l’acqua, insomma. E abbiamo anche parlato della squadra dei Paw Patrol.

La mamma è una grande a cucire e stava facendo delle palline di Natale mentre anche lei cercava di coinvolgere il bambino in nuove attività. Sapeva anche leggere i nostri nomi!

L’altra, invece, mi ha fatto ricordare la serietà del contesto in cui mi trovavo.

Se i bambini sono bravissimi a dimenticare la malattia, gli adulti ma soprattutto gli adolescenti non lo sono più di tanto.

Oggi abbiamo incontrato anche un ragazzo adolescente.

Fino a qualche giorno fa giocava a calcio, e ora doveva stare su un letto di ospedale dopo aver subito chemio e trapianti. C’era il padre vicino, agitatissimo, che ci spiegava come mai fosse un po’ svogliato.

Faceva fatica a parlare, dato che aveva avuto qualche problema di salute nei giorni precedenti, e non aveva voglia di giocare o distrarsi. Il padre, invece, cercava di raccontarci delle esperienze nella vita da superare.

Ho trattenuto a stento la sofferenza che emanava quel momento.

Il sapere che davanti a te c’è un ragazzo che potrebbe essere un amico con cui esci ogni giorno ma ha avuto la grande sfiga di stare su quel letto. Per una malattia che tutti, da anni, combattiamo come meglio possiamo.

Il sapere che non potrai mai capire come si sta sentendo in quel momento. Perché non ha tanta voglia di parlare, di comunicare, o di farti capire come sta.

Ma lo capisci.

E per il momento, per me è stato troppo. Seppur mi stia esercitando a non immedesimarmi troppo (è importante quando lavori in mezzo a persone che stanno soffrendo molto) questo è ancora troppo per me. Mi ha fatto male.

L’ho proprio detto anche alla volontaria che mi affianca. Perché è vero. E’ stato proprio tanto, tanto doloroso. E’ brutto dirlo, ma non vedevo l’ora di uscire da quella stanza. La mascherina e gli occhiali appannati però non aiutavano.

Alla fine, siamo usciti e abbiamo continuato il nostro giro. Per il resto non ci sono state altre esperienze opposte o che mi hanno particolarmente segnato la giornata in ospedale.

Perché ci ho scritto un articolo?

Test: sei gay?

Fondamentalmente perché su questo blog parlo anche delle mie esperienze di volontariato.

Ho parlato svariate volte del Coordinamento Torino Pride, e alla fine dell’anno scorso ho raccontato un po’ di quello che ho fatto con Asai e con il Cepim Torino.

Quest’anno ho deciso di intraprendere questa nuova avventura e, dato che la ritengo una cosa importante, ho voluto scriverci dopo quelle due esperienze di oggi.

Non ho molti soldi da donare alla ricerca sul cancro. Come famiglia lo facciamo, ma come individuo mi mancano i dindini. Ma penso che donare il mio tempo anche solo per farli sfogare un attimo sia importante.

E sto facendo quello che posso per raggiungere questo obiettivo.

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